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La speciale spinta di vita della cultura mediterranea – intervista a Patrick Pistolesi

by Redazione

04 / 05 / 2021

La speciale spinta di vita della cultura mediterranea – intervista a Patrick Pistolesi
La speciale spinta di vita della cultura mediterranea – intervista a Patrick Pistolesi

Oggi Med Drop incontra Patrick Pistolesi, il master di mixology del Drink Kong.

 

Patrick, cosa ami più del tuo lavoro?

Amo la gente, la curiosità, la notte. La notte è la parte della nostra vita dove la creatività si fa sentire.

La notte è la ricreazione degli adulti, conosce i personaggi più disparati, mentre fuori piove e il mondo è più severo. Questi personaggi si rifugiano in un bar per cercare ristoro, e quello che trovano da noi è un bene di prima necessità per l’anima e lo spirito.

Nulla di questo è possibile durante il resto della giornata, solo la magia della notte porta con sé un fascino particolare, e suscita emozioni nuove, dai contorni sfocati, niente è ben definito. Una speciale elettricità scatena emozioni nuove e sensazioni dai contorni sfocati, trasportandoci in una dimensione reale e allo stesso tempo onirica, che va a toccare alcune corde segrete e speciali della nostra anima.

 

Quali le emozioni e le immagini che richiamano in te il concetto di mediterraneità?

Mi sento naufrago disorientato nella vastità della cultura, la mediterraneità è un mondo troppo vasto per poterlo abbracciare tutto.

Cultura.

E allo stesso tempo unione e condivisione, perché questa dimensione culturale è anche ciò che ci accomuna.

Mediterraneità è anche un ambiente rassicurante ricco di storia personale e di evocazione: la natura, i sapori, i profumi e tutto ciò che c’è di essenziale fin dai primi anni della nostra vita. Penso al rosmarino, all’olio solare, ad una pineta qualsiasi, al mare; tutte immagini evocative che costituiscono la nostra culla, individuale e culturale.
 

Quanto è presente la mediterraneità nel tuo lavoro?

Totalmente.

Perché la mediterraneità è storia: abbiamo la fortuna di avere alle spalle una cultura millenaria. Ma è anche territorio e tradizione, che attraverso generazioni di nonne e mamme ci ha trasmesso la sensibilità di ciò che è buono e ciò che è cattivo, il palato assoluto più invidiato al mondo.

Amo fare un esempio che offre bene un’idea di ciò che intendo: mia mamma è irlandese; se parli con un anglosassone e pronunci la parola “pomodoro” lui penserà al “pomodoro”.

Se io penso al “pomodoro”, immediatamente elenco nel mio immaginario 10 tipologie di pomodoro, e altrettanti modi differenti per utilizzarlo, cucinarlo, conservarlo.

Ogni prodotto, ogni alimento, ogni ingrediente per noi ha un ruolo e un impiego precisi e declinati nella sua versione ottimale e quasi insostituibile. Moltiplicato per cento.

Ogni tipologia di pasta ha il suo sugo, ogni qualità di pomodoro ha il suo destino culinario.

 

Quale tra i cocktail, secondo te, si presta a rappresentare il Cocktail Mediterraneo?

Sicuramente, il Bloody Mary.

Comprende e armonizza alcuni sapori fondamentali del mediterraneo, come il pomodoro, il limone e le spezie.

È un cocktail che amo particolarmente anche se so essere un cocktail non semplice. Un buon Gimlet mediterraneo invece può andare più semplicemente incontro a tutti i palati.

Ma penso che tutti i cocktail possano rappresentare a loro modo la mediterraneità.

Un piatto qualsiasi, un drink qualsiasi, con la fantasia e la creatività di un ingrediente della nostra terra, si trasforma in una tipicità del gusto mediterraneo.

 

Cosa è l’ospitalità?

Per me ospitalità è curiosità.

Per essere un buon oste devi essere una persona molto curiosa, e come ogni tendenza va coltivata.

Il primo step è cogliere velocemente alcuni dettagli caratteristici per conquistare l’attenzione della persona che si ha di fronte; solo dopo si prova a instaurare un rapporto basato sul rispetto delle differenze e delle somiglianze.

Accogliere, non vuole dire sempre avviare la relazione, o imporla! accogliere significa cogliere l’individualità e rispettarla. Esser curiosi e trovare il modo di mettere gradualmente a suo agio chi hai davanti.

 

Potresti individuare per noi i tuoi luoghi del cuore?

I miei luoghi del cuore sono tutti legati all’infanzia.

Credo che sia così per tutti, è l’imprinting.

Nella mia infanzia ho sperimentato due ambienti completamente diversi, Italia e Irlanda. Padre e Madre.

I luoghi del cuore sono legati al mare, al sole, alla sabbia.

L’Irlanda significa invece libertà.

Amo la caoticità della città metropolitana. Vivo a Roma. E ho sofferto la desolazione del lockdown. Ma allo stesso tempo, sento tutta l’energia del ricordo di quando da piccolo, circa all’età di otto anni, andavo a Midleton, vicino Cork, e passavo l’intera giornata all’aperto con mio cugino. In mezzo alla natura selvaggia dell’Irlanda, dove riconoscevo la mia voglia di vivere e di libertà.

A livello professionale, la mia carriera ha avuto inizio con il teatro. Una passione non corrisposta. Ho avuto la fortuna di recitare con Arnoldo Foà e tanti altri grandissimi attori, quando ancora ero un giovane aspirante attore. Poi la compagnia si trasferiva al bar, dove si mangiava e si beveva.

Alla fine è stata la seconda parte della mia giornata teatrale a prendere il sopravvento.

Mi fa ancora male pensare al palco, all’odore di umido delle quinte, alle luci accecanti e alle meccaniche dell’acustica.

Il teatro è un luogo segreto, tutto mio e lo tengo nel cuore.

Infine ho scelto un altro palco: il bancone.

Alcuni pub e cocktail bar trasudano storia.

Immagino l’American Bar dell’Hotel Savoy a Londra, dove Winston Churchill entrava come assiduo frequentatore. Davanti a un Martini son state prese decisioni epocali, che hanno condizionato interi popoli.
 

Sei considerato uno dei barman più rivoluzionari degli ultimi anni e hai girato un po’ ovunque, scegliendo infine Roma.

Tradizione, innovazione, rivoluzione. Tutto è collegato.

Ho imparato ad anticipare i cicli, e capire in quale stessimo vivendo. La mia rivoluzione è stata capire cosa la gente voleva, e offrirglielo.

C’è stato un periodo in cui i bar e i barman erano circondati da codici ed erano irrigiditi da stereotipi e regole di etichetta e comportamento. Ho voluto sdoganare tutto questo, rendere più semplice e popolare il concetto di barman e di cocktail, perché attraverso il sapore si possono regalare grandi esperienze. L’aver viaggiato tanto mi ha aperto la mente, reso consapevole che tutto può essere migliorato, modificato, sperimentato.

Quando preparo il mio cocktail Old Fashioned ai funghi Shiitake o il Drink Kong Mezcal al cavolo cinese, non significa che quello rappresenti il mio dogma o la mia rivoluzione.

Non è che una delle tante proposte da offrire: da un lato posso proporre un bicchiere di vino bianco e dall’altro una proposta più sperimentale e rivoluzionaria, una scelta che orienti mentalmente verso un tipo o un altro di cultura.

Ma alla fine, mi sono reso conto che un pizzico di italianità, contamina inesorabilmente sempre ogni mia creazione.


Bio

Tutto è cominciato per gioco, a vent’anni Patrick faceva turni snervanti in tre discoteche diverse. Esperienza e adrenalina. Per formarsi ha scelto di viaggiare, facendo esperienze in Europa e negli Stati Uniti. Origini italo-irlandesi, background multiculturale, tenace, curioso e sperimentatore come lui stesso ama definirsi, Patrick Pistolesi ha creato una piccola grande rivoluzione, con la sua arte di mixare, che strizza l’occhio alla tradizione e ammicca alla cultura giapponese, un approccio internazionale.
Oggi è il bartender del Drink Kong di Roma, new entry nell’ambito dei World’s 50 Best Bars.

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