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Andiamo al mare

by Matteo Battiston

15 / 07 / 2021

Andiamo al mare
Andiamo al mare

Andiamo al mare.
Attendiamo per mesi il momento di pronunciare queste parole.
Malinconici, dietro a una finestra da cui abbiamo visto cadere le foglie ambrate, fluttuare lenti i fiocchi di neve, le piante in giardino germogliare annunciando al sole tiepido della primavera l’approssimarsi di quel momento.

Andiamo al mare.

In quel mare c’è di tutto. Ed è quel tutto ad attrarci in maniera così magnetica e completa.

Dei ricordi di bambino, di quando finita la scuola partivamo coi nonni per andare al mare mi rimangono frammenti che alternano la nitidezza dei colori, dei rumori e dei profumi, mescolata all’incertezza dei contorni, delle dimensioni, della durata dei momenti che si nascondono dietro a immagini dal timbro morbido di un acquarello più che il tratto deciso di una pennellata ad olio.

A rimanere, di quell’andare al mare sono le immagini di una pista tracciata col sedere su cui avrebbero corso Coppi, Gimondi, Saronni, giganti intrappolati in una pallina di plastica per me, eroi dalle gesta titaniche che mettevano d’accordo e riportavano la pace laddove le carte da tressette avevano creato l’inferno in un chiassoso bar.

biglie in spiaggia

 

E’ il rumore delle ciabatte di mia nonna che usciva la mattina credendomi addormentato per tornare con il pieno di cornetti caldi e le focacce da riempire per la spiaggia.

E’ il profumo delle albicocche mature che pendevano dal muro del vicino, di cui quella più grande e più buona era sempre troppo in alto.
E’ il rumore dell’elica di un aereo che tracciava il cielo trascinando stanco lo striscione di questa o quella sagra, di un concerto a me ignoto, ma che mi incollava il naso al cielo, facendomi lottare con il riverbero del sole da sfidare con la sola difesa di un braccio nudo.

Più avanti quell’andiamo al mare si sarebbe trasformato nelle notti che diventavano alba troppo presto, nel fascino trasgressivo di non tornare a casa per dormire in spiaggia, nei primi morsi all’idea di libertà e di viaggio, nel sapore dell’indipendenza.

Di lì ancora, l’andare al mare sarebbe significato spensieratezza con gli amici, il desiderio goloso di una pasta alle vongole come solo là, la costante di un ritrovo senza il bisogno di un appuntamento, l’abbraccio a uno sconosciuto per il gol della nazionale ai mondiali.

pasta con le vongole

Ma dov’era finito il mare? Di coriandoli di ricordi rimane il blu dello sfondo a farne risaltare colore e calore, ma a catalizzarne la memoria era ed è piuttosto il respiro delle cose. Perché c’è, quel
respiro, non è una fiaba per svitati e chi non lo sente – non dico respirarlo, ma almeno sentirlo – non ha una reale possibilità di descrivere il mare se non come una molteplice, ridondante, noiosa, ripetizione di onde.

Mi ha aiutato spesso questo pensiero, questo angolo di lettura, a riconsiderare l’entità delle unità che riteniamo elementari, a pensare al valore delle connessioni tra le cose, le piccole cose.

A dare un senso a momenti di piccola e grande felicità che hanno piano piano costruito le pagine del diario.

Non esistono alberi, ma boschi, non le singole persone sono al centro di quello che vediamo come vivida realtà, ma catene di sentimenti e relazioni.
Di queste sentiamo il peso specifico nei ricordi, per questi investiamo fiducia e slancio nei progetti futuri.

Come mi ha detto da bambino il nonno davanti al tramonto: “Non le singole gocce fanno il mare, ma la voglia che hanno di stare assieme”.

bambina al mare

Foto di Matteo Battiston

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